Gazzetta dello Sport
October 12, 2026

Nell’accidentato percorso che dalla casella del "Grande campione" porta a quella del "Grande allenatore" esistono molte variabili tese a far fallire l’intenzione. Clarence Seedorf le ha beccate tutte. Sette anni dopo la sua ultima avventura in panchina - dimenticabile come tutte le altre - il nostro torna alla guida di una squadra, il nobile Corinthians. Misteri della fede. E poiché è noto che gli ultimi saranno i primi, non gli sia negata la speranza.
Per tornare alla sua ultima riga sull’almanacco nel curriculum di allenatore, bisogna tornare al mondo pre-Covid, il che rende l’idea del tempo che è passato. Seedorf rimase in carica come CT del Camerun un anno scarso. Dal 4 agosto 2018 al 16 luglio 2019. Dieci partite complessive.
Tre vittorie contro avversari non esattamente irresistibili (Malawi, Comore e Guinea Bissau), quattro pareggi e tre sconfitte, fatale l’ultima, il 3-2 con la Nigeria che all’epoca sancì l’eliminazione del Camerun agli ottavi della Coppa d’Africa, competizione a cui la nazionale era approdata da campione in carica.
La sua permanenza in panchina era diventata una questione di Stato, con la maiuscola. Nell’occasione fu il Ministro dello Sport Mouelle Kombi a chiedere l’esonero. Non ne poteva più. Nel comunicato ufficiale si parlava di "risultati modesti", nei corridoi si sottolineava quanto fossero le dinamiche relazionali con i giocatori.
E dire che quella volta la federazione del Camerun l’aveva accontentato in tutto e per tutto, assecondando ogni sua richiesta. Seedorf aveva preteso i ritiri in Spagna e Qatar. Gli erano stati accordati, con notevole esborso economico. Non era servito a nulla.
Di Seedorf, quando giocava, si diceva: è un allenatore in campo. Ne aveva la postura. In campo non scansava una responsabilità, era un vincente (l’unico della storia del calcio ad aver conquistato la Champions League con tre titoli diversi, Ajax, Real Madrid e Milan) e giocava a calcio con una invidiabile disinvoltura.
Era un fuoriclasse, né più e né meno. Il problema (per chi ne frequentava lo stesso spogliatoio) era che, sorretto da un inscalfibile carisma, si è sempre sentito in dovere di intervenire sulle questioni tattiche dei suoi allenatori. Succedeva fin da quando, appena maggiorenne, giocava nel Real Madrid.
Fabio Capello, che di quel club era l’allenatore, ricorda spesso un aneddoto molto significativo al riguardo. Riunione tattica all’intervallo di una partita, don Fabio alla lavagna spiega i movimenti dei calciatori. Tutti zitti, in religioso silenzio.
Ad un certo punto si alza Seedorf e comincia a contestare le scelte dell’allenatore, gli spiega (sì, gli spiega) che dietro bisogna difendere così e che quando ripartono devono attaccare colà. Capello lo ascolta sbalordito. Poi si toglie la giacca e gli fa: "Perfetto, se vuoi allenare al posto mio allora indossala tu…". Seedorf, nemmeno un plissé.

L’olandese, nella sua favolosa carriera, è stato allenato da svariati santoni, maestri di calcio, eccellenze della categoria. I nomi: Van Gaal, Capello, Ancelotti. Lippi, Allegri, Heynckes, Eriksson.
Cioè il meglio delle panchine d’Italia e d’Europa degli ultimi decenni Seedorf ha sempre ragionato con loro di tutto, dalla tattica alla scelta della posizione in campo, obiettando, muovendo appunti, spiegando le sue ragioni, insomma, trattandoli - con chi si lasciava trattare - alla pari. Anche per questo non è stato amatissimo (eufemismo) da molti suoi compagni. Ma tant’è.
Ha raccontato Carlo Ancelotti nella sua autobiografia (i due si ritroveranno dunque in Brasile, Clarence come allenatore del "Timao", Carlo come Ct della Selecao): "A Milanello lo consideravano uno sbruffone, un presuntuoso, uno che pensava di sapere tutto. Kaladze e Rui Costa non lo sopportavano. Seedorf voleva spiegare a Rui come si sta in campo e come si gioca a pallone. Non gli riconoscevano la leadership perché era una matricola del Milan, poi piano piano le cose sono migliorate. Perché in realtà, Clarence, un leader lo è. Un ottimo trascinatore dentro lo spogliatoio". Chissà, forse il problema del Seedorf allenatore è che non ha mai avuto uno come il Seedorf calciatore che lo stimolasse. :
Sempre Ancelotti, nella sua autobiografia: E quindi? A cosa si devono i suoi fallimenti da allenatore? Caschiamo sempre lì, scivolando nelle variabili non previste che dalla casella del "Grande Campione" in teoria portano a quella del "Grande Allenatore". Forse, considerando gli inciampi della sua carriera, si è autoconvinto di saperne abbastanza, ha ritenuto che lo studio fosse un lusso.
O forse è capitato, più banalmente, ogni volta nel momento sbagliato. Non si può dire che le occasioni siano mancate. Si era seduto sulla panchina del Milan nel 2014. A campionato in corso, a gennaio, sostituendo Allegri alla fine del suo primo ciclo rossonero, accolto in pompa magna, da predestinato.
Nel bilancio inquadrato dallo specchietto retrovisore della storia restano la soddisfazione di un derby vinto, la delusione per l’eliminazione dalla Champions agli ottavi (contro l’Atletico Madrid), e soprattutto un misero 8° posto finale, con conseguente mancata qualificazione in Europa League ed esonero (al suo posto Pippo Inzaghi). Fallimento? Sì. Con lo Shenzen, siamo nel campionato cinese, è riuscito nell’impresa di arrivare settimo, e ce ne vuole.

Quando nel 2018 arrivò la chiamata del Deportivo La Coruna a molti sembrò che, finalmente, Seedorf potesse in qualche modo ritrovare il filo perduto. Campionato di prestigio, la Spagna. Club in difficoltà, la classifica era traballante, ma di motivate ambizioni e a caccia di un riscatto.
Sulla panchina del Depor Clarence durò quattro mesi, tra l’inverno del suo scontento e una primavera che non arrivò mai, vinse solo due volte (in 15 partite) e firmò la retrocessione nella seconda divisione spagnola. Un’onta, certo.
Subito dopo arrivò la chiamata del Camerun, sappiamo com’è andata: cinque anni di panchine in giro per il mondo (2014-2019), quattro fallimenti. Ora il Corinthians, con contratto fino al 2027. Prende il posto di Fernando Diniz, esonerato dopo sette sconfitte consecutive. Il Corinthians è di poco sopra la zona retrocessione con 32 punti in 29 giornate.
Operazione rilancio, così la chiamano i giornali brasiliani. Sette anni dopo, dunque, Seedorf, come in un romanzo di Dumas, è di nuovo al punto di partenza. Armato della sicumera che mai gli ha fatto difetto, sfoggia il suo invincibile sorriso e si dice pronto a riportare il Corinthians lì dove merita.
Spulciando nelle caverne degli archivi brilla una dichiarazione di qualche anno fa dove Seedorf, raccontando di ispirarsi a Phil Jackson, il leggendario allenatore di basket dei Chicago Bulls e dei Los Angeles Lakers, assicura di voler diventare "il miglior allenatore del mondo". È la fiducia il motore dell’umanità.
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